La guerra dell'acqua
L’acqua è anche un affare economico-industriale rilevante. Da noi è un business da miliardi di euro. In Italia ad Agrigento e ad Arezzo, nonostante la prima sia governata dal centro-destra e la seconda al centro-sinistra, dopo la privatizzazione, le cose vanno molto male. Ad Agrigento l’acqua arriva a sgoccioli, una settimana in un quartiere, una settimana in un altro, e quando arriva è carissima e giallastra. Impossibile usarla per cucinare. Ad Arezzo, dove ci si è consociati con la multinazionale francese Suez, le tariffe sono triplicate e gli investimenti promessi invece non sono stati realizzati. La società è già in passivo, ma dove sono finiti i soldi? Basta guardare gli emolumenti dell’amministratore delegato e dei manager. A Milano, dove l’acqua è gestita pubblicamente le cose vanno invece benissimo, tutti i soldi ottenuti attraverso le bollette (che sono le meno care in Italia) vengono utilizzati per essere reinvestiti in sistemi innovativi di gestione e purificazione. Nonostante tutto, la nuova legge varata in parlamento costringerà i comuni a mettere l’acqua sul mercato e con la scusa di doverlo fare per migliorare il servizio e ridurre le perdite d’acqua (30 % di media) non si farà altro che favorire gli imprenditori voraci e vessare i cittadini. Altra questione inquietante, quella dell’acqua minerale. Le aziende pagano cifre ridicole (massimo 3.000 euro l’anno) per prelevare acqua da sorgenti e bacini. Gli utili, a detta di un docente universitario intervistato da Rai Tre, sono spaventosi: il 52.000 %! Certo produrre acqua minerale costa, soprattutto per la pubblicità (anche il 30 % del fatturato) e la plastica. Ma ecco il paradosso. La plastica deve poi essere smaltita dai comuni. Le aziende dovrebbero occuparsi dello smaltimento, ma in realtà contribuiscono solo per un terzo della spesa, il resto se lo accollano i comuni e quindi i cittadini. Anche questa è Italia.
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